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Giuseppe Salvaggiulo - La Stampa

di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

Giuseppe Salvaggiulo - La Stampa

Bell'Italia: i primi vandali siamo noi

La Stampa, 13 febbraio 2011

Le auto blu che sfrecciano sul selciato millenario e delicato dell’Appia antica, interdetta da decenni alle vetture ma non a quelle dei politici. Il litorale calabrese che fece innamorare il veneto Giuseppe Berto massacrato da un abuso edilizio ogni 150 metri. Un panno bianco a coprire come una moquette l’acciottolato di Pompei, per evitare slogature alle caviglie di Berlusconi. La lettera con cui il manager Mario Resca, chiamato dal ministro Sandro Bondi dalla McDonald’s per valorizzare i Beni culturali, si rivolge all’archeologo Amedeo Maiuri per coinvolgerlo in progetti interattivi, ignaro del fatto che fosse morto 47 anni prima. I Bronzi di Riace che accolgono meno visitatori dello zoo di Pistoia. Il portale www.italia.it, la vetrina internazionale del Belpaese, costato milioni di euro, relegato al 184.594° posto tra i siti più visitati del pianeta. Il tempio di Apollo a Selinunte ingabbiato per undici anni dalle impalcature solo perché nessuno le smonta. L’ira del sindaco di Verona Flavio Tosi per il blocco del cantiere di un parcheggio causa ritrovamento di resti archeologici: «Meglio il parcheggio che la conservazione di quattro sassi». Una gigantesca veranda abusiva a Palazzo Madama, sede del Senato. Il lifting alle statue di Marte (ripristino del pene) e Venere (mano destra), tolte al museo delle Terme per metterle in mostra nel portico d’onore di Palazzo Chigi. Fotografie di un’autodistruzione, narrata impietosamente da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, firme del «Corriere della Sera», nel nuovo saggio «Vandali. L’assalto alle bellezze italiane» (Rizzoli). Già, ma chi sono i vandali? Chi lancia l’assalto alle bellezze che costituiscono l’identità italiana? Noi. Non abbiamo il petrolio noi, scrivono Stella e Rizzo. E nemmeno il gas, l’oro, i diamanti, le terre rare. Noi abbiamo una sola, grande e persino immeritata ricchezza: la bellezza dei paesaggi, dei siti archeologici, dei musei e delle città d’arte. Il record di siti Unesco: 45, più del doppio degli Stati Uniti. E 400 musei nazionali, contro i 20 francesi. Eppure più ce ne vantiamo a parole, più li disprezziamo nei fatti. Il catalogo dei beni culturali abbandonati è interminabile come il rosario di reportage indignati dei più autorevoli giornali di tutto il mondo. Un suicidio. Che ci costa molto. In tre decenni abbiamo perso il primato turistico internazionale, scivolando al quinto posto. Le gallerie della Tate Britain hanno incassato nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni incassati con i biglietti da tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme. Il grottesco sito internet che dovrebbe promuovere le nostre bellezze in Cina, affidato a un fedelissimo del ministro Michela Vittoria Brambilla, ignora i maestri della musica italiana (in sottofondo solo melodie di compositori stranieri) ed è fatto con un copia-e-incolla da quello dell’Emilia Romagna. Per dire, sull’home page c’è Bologna, non Roma. E in tre musei italiani su quattro le didascalie delle opere non hanno traduzione inglese. E perché mai i turisti stranieri dovrebbero continuare a preferirci a Paesi meno ricchi di tesori culturali ma più organizzati e attrezzati per custodirli e valorizzarli? Ci stupiamo se Pompei, «il più prezioso, fragile e sventurato sito archeologico del mondo» cade in pezzi, ma non dovremmo: gli operai per la manutenzione erano 98, sono rimasti in 8. E gli archeologi? Uno. L’ultimo mosaicista è andato in pensione dieci anni fa: mai rimpiazzato. Nel 1956, le strutture visitabili nell’area archeologica erano 64. Oggi, dopo mezzo secolo e decine di milioni di euro spesi, solo 23. Non ci sono i soldi? Dipende. Gli orrendi capannoni tirati su per ospitare gli spogliatoi dei sorveglianti sono costati 2 milioni di euro. E le mille bottiglie di vino in gran parte messe in magazzino, 55 mila euro. Per ogni divisa degli autisti a disposizione del commissario si sono trovati 1776 euro. E 103 mila per censire 55 cani randagi. Meraviglie dei poteri speciali di Protezione civile, con milioni di euro per appalti senza gara: i lavori per la sistemazione del teatro sono costati undici volte più del previsto. Secondo uno studio di Merril Lynch, Pompei è sfruttata solo al 5 per cento delle sue possibilità. Una ricchezza sprecata. Non va meglio ai Bronzi di Riace. Con un sito internet solo in italiano, pare quasi che gli stranieri li rifiutiamo. E infatti appena 12 mila ne arrivano ogni anno. Sui 107 mila biglietti staccati nel 2009, due su tre sono gratuiti. Prendete l’anfiteatro di Capua, il più grande dell’antichità dopo il Colosseo: una sessantina di clienti al giorno, come una trattoria. E 14 mila euro di incassi in un anno, la metà del costo di solo uno dei 124 custodi. E così via da Nord a Sud, fino all’Antiquarium di Sabucina, in Sicilia, che in un anno ha totalizzato - si fa per dire - 621 visitatori, di cui solo 13 paganti, per un incasso totale di 25 euro. Del resto, dei Beni culturali alla politica importa davvero poco. Mentre la Francia, pur in piena crisi economica, anziché tagliare le risorse le aumenta, l’Italia ha scelto un’altra strada. Anche se il ministero spiega che un euro investito in cultura ne genera da sei a dodici in termini di indotto turistico, negli ultimi anni i finanziamenti statali sono stati dimezzati. E pesano sul bilancio pubblico meno della metà delle auto blu. Meno soldi, ma gestiti con procedure sempre meno trasparenti, in un festival di commissariamenti e poteri speciali in cui si annidano cricche affaristiche fameliche. I vandali, dunque. Noi. Uniti da Nord a Sud. Il governatore veneto Luca Zaia che strillava: «Quei signori di Roma adesso pensano di spendere 250 milioni di euro per i quattro sassi di Pompei: che vergogna!», non è in fondo uguale all’avvocato romano Aldo Ceccarelli che, qualche anno fa, difendendo un borgataro che aveva spaccato la meravigliosa Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini in piazza Navona, così si rivolse alla Corte: «’A preside’, era fracica»?