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Antonio Galdo - Il Mattino

di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

Antonio Galdo - Il Mattino

Italia in declino, quant'è brutto il Belpaese

Il Mattino, 22 febbraio 2011

I1 declino italiano ha molti punti di osservazione, e uno dei più significativi, anche per capire come si sfarina il sistema Paese, è quello dei Beni culturali. I presìdi di una ricchezza unica al mondo, per quantità (35mila musei e 2mila siti archeologici, oltre le 95mila chiese) e qualità (vantiamo il record dei luoghi protetti dall'Unesco come patrimonio dell'umanità) non mancano. Abbiamo il ministero, le sovrintendenze, e poi a scendere lungo la catena, le competenze regionali e comunali. Ma nella realtà non soltanto non riusciamo a proteggere i tesori che il mondo ci invidia, quanto scontiamo una scarsa valorizzazione di questo patrimonio a fini economici, a partire dall'industria del turismo. Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (Vandali, edizioni Rizzoli, pag. 274 pagine, euro 18) passano al setaccio gli scempi più significativi delle «bellezze d'Italia» e ci consegnano una disarmante lettura d'insieme del fenomeno. Il tandem degli autori è collaudato, la scrittura agile e in alcuni casi esilarante. Quando si tratta di calpestare i Beni culturali l'Italia è una sola. Se la città antica di Pompei sprofonda nei suoi «mali antropici» (la definizione è dell'ex sovrintendente Pier Giovanni Guzzo), che si traducono in soprusi e incuria, le ville palladiane in Veneto sono circondate, e dunque assediate, da costruzioni abusive, capannoni e centri commerciali. Se la tenuta agricola di Cavour, tra le risaie vercellesi, è terra di nessuno, nelle mani dei teppisti locali, il villaggio preistorico di Nola affoga nell'acqua perché la pompa non funziona. E così via, con un sequenza di episodi e di casi che lasciano senza fiato. Lo stesso discorso riguarda l'abusivismo edilizio, che ha dato un colpo al cuore alle «bellezze d'Italia», come recentemente ha documentato con molto rigore il professore Salvatore Settis nel suo testo Paesaggio, costituzione e cemento (Einaudi), con oltre 4milioni e 500mila alloggi abusivi costruiti in tutte le regioni e con una schiera di geometri, ingegneri e architetti pronti a fare disastri pur di portare a termine qualche inguardabile costruzione. La denuncia di Stella e Rizzo, quando dai fatti si passa alle responsabilità, mira direttamente al ceto politico, che i due autori hanno immortalato nei loro vizi più diffusi con il best seller La casta, a partire da una sfilza di ministri spesso uniti dall'incompetenza o dal profondo disinteresse per il settore. E anche da quei privilegi, che i due autori traducono, con qualche numero, in danni per i Beni culturali. Citando un calcolo di Sergio Escobar, per esempio, ricordano che l'Italia investe ogni anno 42 milioni di euro in più per le auto blu rispetto alla spesa per la cultura, mentre un parlamentare in pensione porta a casa un assegno pari a 10 volte lo stipendio di un archeologo. A parte le simmetrie piuttosto azzardate, ed a rischio demagogia, in verità il declino dei Beni culturali, un settore sempre a corto di risorse finanziarie, chiama in causa responsabilità molto più ampie, e non tutte riconducibili, come un'esclusiva, al perimetro della politica. E partiamo dal ministero, che come denunciò un uomo colto e competente come Alberto Ronchey si poggia su una contraddizione di fondo: nelle sue competenze si mischiano, con oscure trame clientelari, tutela e produzione, laddove bisognerebbe concentrarsi solo sulla prima funzione. I dipendenti del ministero, poi, sulla carta sono quasi 25mila, ma 1'80 per cento dell'organico è coperto dai custodi. E il personale addetto alla sorveglianza, come quello amministrativo, ha due caratteristiche di fondo: è pagato male senza alcun riconoscimento per il merito, ed ha una fortissima forza sindacale, con il moltiplicarsi di fortini corporativi. A proposito di caste, sono intoccabili. Allo stesso tempo, mancano, specie nei siti archeologici, le figure professionali qualificate (la scuole e l'università non ne formano a sufficienza), e la generazione dei sovrintendenti, cresciuti all'ombra dell'ottima legge Bottai che istituì questi presìdi sul territorio, sta lasciando il campo a un gruppo dirigente meno qualificato e appassionato del precedente. In questo quadro qualcuno chiede di lasciare mani libere ai privati, dimenticando che privatizzare la cultura sarebbe come consegnare agli imprenditori la magistratura o le forze dell'ordine. Impossibile e improponibile in un paese civile. Tra l'altro, e questo è un aspetto molto grave del problema, i privati spesso funzionano peggio del pubblico, come quando riescono a conquistare i servizi all'interno di uno spazio museale, e hanno mostrato una totale indifferenza per i nostri Beni culturali. Ha destato scalpore la notizia di un imprenditore manifatturiero, Diego Della Valle, che si è fatto avanti, con un gesto di mecenatismo e anche a difesa del suo brand, per restaurare il Colosseo. Ha fatto scalpore perché è un caso unico, laddove in tutti i paesi del mondo i ricchi borghesi competono per quantità di investimenti, senza ritorno, a difesa del patrimonio artistico e per la qualità delle loro fondazioni private che entrano così nel circuito culturale nazionale.