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Antonio Carlo Ponti - Corriere dell'Umbria

di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

Antonio Carlo Ponti - Corriere dell'Umbria

Italia qualunquemente

Corriere dell'Umbria, 15 febbraio 2011

Prima vivere poi filosofare, consiglia un antico adagio attribuito ad Aristotele, un po' cinico ma condivisibile, nonostante la vita sia anche sogno, anzi soprattutto sogno. Allora resta ancor meno degna e tutta follia l'incuria con la quale noi mettiamo a repentaglio, quando non lo distruggiamo in modo irreversibile, il nostro patrimonio paesaggistico, naturale, storico, artistico, urbano, ossia quel tessuto millenario di tempo e di spazio, e di genio, di cui ci riempiamo la bocca: "Abbiamo in Italia il 60, il 70, forse l'80% dei beni culturali del mondo", che è tronfia retorica, e poi gettiamo la cicca accesa sulle sterpaglie, costruiamo sulla battigia orrende villette, consumiamo territorio invadendolo di cemento e di spesso inutili strade. Volete sapere quanti chilometri quadrati di suolo è stato urbanizzato nel 2010? Questo il totale: 21.490 nazionale; l'Umbria 350, il 4,1 del territorio. Volete sapere quanti volumi per 100 abitanti sono nelle biblioteche italiane? 70 a fronte dei 246 degli Usa e dei 238 della Francia. Volete sapere quanti sono i beni archeologici rubati in un anno? 9.149. E 5257 le opere d'arte trafugate. 137 mila le opere contraffatte sequestrate. E se i manigoldi sono arrestati e processati, le pene sono risibili. E' più grave superare di 7 chilometri il limite di velocità dei 50. E 219 milioni di euro è il costo 2010 dei vitalizi degli ex onorevoli. 65 milioni il costo dei "voliblu". No, Cetto La Qualunque non è il geniale e caricaturale Antonio Albanese, siamo noi. Mi sembra di sentire: "Ecco, adesso arriva la solita intemerata, l'ode agli antenati che avevano senso civico e che sapevano conservare l'eredità ricevuta come dono, mentre oggi imperano il cattivo gusto, l'abuso, l'illegalità e la demenza suicida". Dispiace, fa sanguinare il cuore, ma è così. Sto leggendo, con le lacrime agli occhi - si sa i vecchi le hanno facili - "Vandali. L'assalto alle bellezze d'Italia" di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (Rizzoli, febbraio 2011). Alla mia età dovrei leggere "Il Piccolo Principe", "Alice nel paese delle meraviglie", neppure "Pinocchio", dove Carlo Collodi strapazza da par suo l'arroganza del potere e l'ignoranza crassa dei suoi stipendiati. Sì, non dovrei compulsare questi tragici dossier di valorosi giornalisti che ci hanno già dato "La Casta" e "La Deriva" dei mali nazionali, facendoci incavolare, ma solo per un nanosecondo, per tornare a razzo al nostro interesse. A quello che Francesco Guicciardini chiamava l'italico "particulare". Quando si sventrano colline e si violentano le campagne, quando gli alberi a milioni sono addentati dall'edera famelica e languono, informi, come mi capita di vedere quando vado per campi, ci si dimentica, lamentava Indro Montanelli, che "ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno. E ogni giorno i nipoti o i pronipoti devono seguitare a rimboccarsi le maniche per spremere un frutto". E quanto all'arte e alla sua tutela, per Benedetto Croce "proteggere il paesaggio non implica alcuna offesa al diritto di proprietà o all'attività industriale, anzi bisogna vostruire un sistema di accordi fra i privati e l'amministrazione delle Belle Arti, e fra questa e le altre amministrazioni pubbliche, affinché siano composti con spirito di conciliazione i vari interessi contrastamti". Santa ingenuità di uno che prima filosofava e poi viveva, laggiù, in una Napoli nobilissima non ancora soffocata dalla monnezza. Parole sante, peccato che non facciano né caldo né freddo, come dimostra una sentenza del Consiglio di Stato che, per giustificare lo scempio cementizio perpetrato su un sito meraviglioso cantato da Ovidio come la Collina delle Fanciulle e delle Ninfe a Giuggianello in Salento, risponde in sentenza che "tali miti e leggende non risultano essere stati individuati da un provvedimento legislativo", quindi "l'impianto degli aerogeneratori non può interferire su tale patrimonio culturale". Insomma è la legge che decreta la bellezza, la storia, la forma, la tradizione. Un altro punto - non è facile riassumere un libro di 300 pagine in 6633 battute - sul quale "Vandali insiste è quello del turismo e dei rapporti con i potenziali "clienti". A parte una debolissima propensione governativa a intavolare trattative e a intrecciare circuiti, se si pensa che l'Italia è il paese con il più alto numero (45) di Siti Unesco Patrimonio dell'Umanità (in totale nel mondo 890, distribuiti in 148 Stati), nello sfruttamento turistico, il rapporto con quelli della Cina è per l'Italia di 100 a 270. E dire che nel 1970 il nostro bellissimo paese, prima dell'assalto a cemento armato, era al primo posto al mondo come emta turistica, e oggi come destinazione preferita dai turisti siamo scesi al quinto posto con 43 milioni di presenze (nel 1990 eravamo al quarto posto) a fronte della Francia, la prima, che ne ha 82. Non si è capito, qui da noi, che la cultura e la bellezza, di cui siamo intrisi senza meritarlo, rendono, fanno cassa, richiamano milioni di stranieri che ci amano, che amano Giuseppe Verdi e San Francesco, la Ferrari e Valentino Rossi, Monica Bellucci e gli Uffizi, Capri e Lecce, Siena e Perugia. Non per niente il sito umbro del Patrimonio Unesco è la Basilica assisiate e il presidente del comitato delle città insignite è il sindaco Claudio Ricci. Riferiscono Stella e Rizzo che la promozione turistica nel globo è non solo povera di mezzi, ma inadeguata se non ridicola. Per solleticare un mercato turistico potenziale pari a 130 milioni di cinesi che potrebbero spendere in un anno 110 miliardi di euro, il nostro ministero ha approntato un sito web, peraltro costato un occhio, non solo scopiazzato da quello emiliano, ma senza testi detti in cinese. "Ogni filmato - aggiungono gli autori - è accompagnato da un sottofondo musicale. Clicchiamo il Veneto? Ecco il Ponte di Rialto, le gondole, il Canal Grande, le maschere, i vetrai di Burano... E la musica? Sarà d Antonio Vivaldi o Baldassarre Galuppi, Tommaso Albinoni o Benedetto Marcello, Pier Francesco Cavalli o Giuseppe Tartini? Sono talmente tanti i grandi musicisti veneziani del passato... Macché: la Carmen del francese Bizet rivista dal russo Alfred Shnittke! La musica dell'Umbria? Del polacco Frydryk Chopin. Quella della Campania? Del norvegese Edvard Grieg. Quella del Lazio? Dell'austriaco Wolfgang Amadeus Mozart. Quella dell'Abruzzo? Dell'inglese Edward Elgar. Un delirio". Aggiungo un de profundis ed esco mestamente di scena mormorando, come De Filippo in Totò, Peppino e la malafemmina": "E ho detto tutto".